Vivere al minimo: la sfiducia in noi stessi

DALLA SFIDUCIA ALLA RINUNCIA IL PASSO E’ BREVE

Qualsiasi nostra spinta vitale, realizzativa e progettuale, per essere riconosciuta e immaginata prima ancora che agita, ha bisogno di essere sostenuta da un senso di fiducia in se stessi, quello che ci permette di attivarci pensando "io ce la posso fare”. In questo processo il primo ostacolo che troviamo è spesso proprio un senso di profonda sfiducia in noi stessi, nelle nostre risorse, nelle nostre potenzialità a cui ci arrendiamo presto attuando una rinuncia rispetto a quei progetti, desideri, passioni che pure ci animano. Rinunciare ancor prima di giocarsi pare allora, paradossalmente, la strada più facile e sicura se confrontata con la possibilità di incontrare, nel percorso verso l’obiettivo, un insuccesso o un fallimento, questi sì temuti e immaginati come intollerabili. 

Ma a quale costo? 

RINUNCIA: I BENEFICI DI QUELL’AREA DI COMFORT E I SUOI COSTI

Come detto, la rinuncia a raggiungere i propri sogni o anche solo dei propri ragionevoli obiettivi pare a volte la strada più sicura, più facile, più confortevole. Perché immaginare un progetto, un target, un obiettivo significa mettere in gioco delle risorse, che - prima ancora - dobbiamo pensare di possedere. Attivare il nostro senso di sicurezza e di fiducia in noi stessi, e dirsi, prima di tutto, “io ce la posso fare” è allora il punto di partenza di quel processo che ci permette di portare avanti sogni e realizzare potenzialità. E’ pur vero che ci accompagna sempre, inevitabilmente, un pensiero parallelo, che ci dice che il successo non è garantito, che potremmo incontrare ostacoli e impedimenti, e possibilmente una condizione di fallimento. Se a volte a vincere è la spinta a sperimentare e a mettersi in gioco altre volte il pensiero o, meglio, il sentimento di sfiducia e il timore di rivelarsi inadeguati o non attrezzati sono troppo potenti e vanno a nutrire l’idea di un fallimento imminente che viene presto percepito in quel “non ce la farò”, “non sarò in grado”.

La rinuncia rappresenta allora, in questi casi, una sorta di comfort zone che ripara, tutela dal rischio di fallire, vissuto come insostenibile, intollerabile. A dettare legge è un senso di insicurezza di fondo nel quale pare irrecuperabile la convinzione di “potercela fare”. Si corre ai ripari allora, o meglio ci si ripara prima ancora di farsi male. Quella rinuncia è la salvezza dall’insuccesso, è la garanzia di un equilibrio rispetto a importanti paure, un equilibrio apparente, va da sè. Ecco perché a volte si percepisce come più conveniente e sicuro fermarsi a monte, non provare nemmeno, non sperimentarsi, non intraprendere strade nuove e di cambiamento, non sfidare il mondo per non dover sfidare noi stessi, con la certezza che perderemmo.

Meglio allora “volare basso”, non pretendere, non aspettarsi, abbassare l’asticella degli obiettivi, così da non scomodare le nostre paure più profonde, l’ansia che può diventare angoscia di scoprire che davvero non si è capaci, non si è abbastanza.

Si porta così avanti questo meccanismo apparentemente favorevole, tranquillizzante, poco richiedente, e lo si porta avanti nonostante…nonostante, alla fine, si rimanga delusi lo stesso. Perché un costo per quella rinuncia, a vivere, a giocarsi, a realizzarsi c’è.

Qual è allora il costo effettivo di non poter guardare in alto e provarsi su terreni più difficili, di non poter puntare a obiettivi più desiderabili, più impegnativi, più sfidanti? Qual è il costo di non poter seguire ed esprimere una passione e assecondare un desiderio di crescita?

Un costo c’è e spesso neanche poi così basso, spesso inaccettabile.

In quella sorta di comfort zone percepita come un’area sicura e protetta in cui sono ammortizzate le pressioni, le richieste, lo stress, non si sta poi così bene, perché proprio lì si apre, nostro malgrado, inevitabilmente, uno spazio di insoddisfazione e di malessere, lì affiora l’altra faccia della medaglia, è il conto che si presenta, il conto di quella rinuncia, il costo quindi di quel non aver provato e non aver raggiunto. Cresce allora un senso di delusione rispetto a se stessi, la consapevolezza che non si è cresciuti, non si è migliorati, non ci siamo arricchiti, che non abbiamo raggiunto risultati e obiettivi, non ci siamo espressi nelle nostre passioni e realizzati, non siamo stati capaci – appunto. E pensare che da lì si è partiti, dalla paura di non essere capaci, capaci abbastanza. Ci si ritrova, piuttosto, inadeguati, schiacciati dai nostri stessi timori, svuotati di spinte vitali che quasi non si trovano neanche più. La sensazione di insoddisfazione, latente o esplicita, di mancanza di stimoli di accrescimento, di miglioramento di sé lasciano dunque una scia amara, se non un senso di vuoto, di insuccesso e fallimento: eccolo che è uscito dalla porta per rientrare dalla finestra. Ecco che quella risposta che avrebbe dovuto tutelare e proteggere, quella rinuncia che pareva salvifica, ci ha invece esposto a una condizione di delusione e fallimento.


Spesso in questo perverso processo si attua inconsciamente una censura a monte, la castrazione cioè di sogni, progetti e obiettivi, che non vengono nemmeno costruiti, fantasticati, perché anche solo immaginarli significa mettersi nelle condizioni di attivarsi rischiando o, in alternativa, di dover rinunciare, condizioni entrambe difficili da gestire; se invece non c’è - da principio - investimento e progettualità, non ci sono interessi passioni e desideri, non c’è nemmeno il rischio di rimanere delusi, perché ci abbiamo provato e abbiamo fallito o perché abbiamo rinunciato e dunque siamo stati inadeguati allo stesso modo. Questa terza via, in cui annullo le mie spinte vitali e non apro lo spazio al desiderio, parrebbe allora la risposta giusta, la vera comfort zone. Ma anche qui ci ritroviamo con il medesimo sentimento di vuoto, di disorientamento, di non-valore che stiamo appunto cercando in tutti modi di ricacciare e neutralizzare.

Il conto, come detto, si presenta comunque.

Allora quella rinuncia e quell’a-patia, quel volare basso, quel non chiedersi nulla hanno un costo troppo alto, in fin dei conti.


Pare necessario capire allora come riavviare quel motore primo che non ci sostiene più, o che non ci ha mai sostenuto, che è rappresentato da quel sentimento di fiducia di base, quella sicurezza primaria rispetto a se stessi, che è quella voce interna pronta a ricordarci che, nonostante tutto, ce la si può fare.


Allo stesso modo occorre essere pronti a non farcela. Cosa accade se fallisco? Cosa ne sarà di me e del mio valore? Cosa ho investito di me? Saper gestire, tollerare, circoscrivere il fallimento affinchè non sia totalizzante, affinchè a quell’insuccesso io possa sopravvivere, accettando quella parte di me che non ha funzionato, nella consapevolezza che il mio valore, il mio senso e le mie risorse sono e saranno sempre in piedi.


Sperimentare che a quel fallimento e a quell’insuccesso si può sopravvivere per costruire, ancora una volta, esperienze nuove, investimenti altri, ovvero osservare che una parte vitale ancora vive ed è pronta a ri-progettare, significa poter recuperare un atteggiamento resiliente necessario ad andare avanti nella nostra strada di crescita. Nonostante tutto. 

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